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… è la generazione Neet, (Not engaged in Education, Employment or Training), giovani la cui età è compresa tra i 15 e i 29 anni, che non sono iscritti a scuola né all’università, che non lavorano e che neanche seguono corsi di formazione professionale.

Un esercito la cui crescita è preoccupante…

Non leggono e non lavorano. Vagano senza meta, senza aver chiaro quale possa essere il loro posto nella società e nel mercato lavorativo, sempre più disincantati e disillusi, con il timore di essere emarginati. Un fenomeno in crescita che pesa sulla ripresa economica come un macigno e che rischia di diventare disoccupazione strutturale.

Dati statistici alla mano parlano chiaro, la grande percentuale di loro proviene dal sud dove il livello di istruzione è medio basso e la fiducia nelle possibilità lavorative che il nostro paese offre è pressoché nulla. Tra loro ci sono molti giovanissimi che terminata la scuola dell’obbligo hanno optato per il lavoro in nero di più facile reperibilità, specie al Sud; poi ci sono i demotivati, coloro che si sono rassegnati perché finiti gli studi non sono riusciti a trovare un giusto impiego; e infine coloro che si sono laureati ma che sembrano aver acquisito competenze che per la richiesta del mercato di oggi risultano già obsolete.

Generazione perduta!

Molti istituti di ricerca usano l’acronimo Neet per illustrare una deriva talmente grande, anche in termini di perdite economiche e di spreco di capitale umano, da spingere gli studiosi a parlare di “generazione perduta“. Basti pensare che nel 2014 l’Italia ha toccato il punto più basso di nascite ma il valore più alto di Neet, mettendo in evidenza anche e soprattutto problematiche sociali fortemente presenti nel nostro Paese, quali l’abbandono scolastico, la disoccupazione giovanile, le difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, il divario tra nord e sud.

Il problema potrebbe aggravarsi se si continua a tutelare solo chi è già occupato, continuando ad innalzare il tetto dell’età pensionistica. Invece che aiutare i giovani, si continua a pensare che sia meglio sostenere i grandi, i padri di famiglia. Forse è tempo di tornare ad occuparsi dei ragazzi offrendo loro la possibilità di inserirsi nel mercato del lavoro in maniera più agevole, anche grazie al contratto di apprendistato, che potrebbe essere un valido aiuto sia per i giovani che per le aziende che in questo momento potrebbero trovare in loro la spinta per uscire dalla crisi.

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