CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

“L’unione fa la forza” dice il proverbio, ma questa volta non parliamo di un incoraggiamento dell’allenatore verso i suoi atleti per la partita finale di un qualsiasi sport; parliamo della serrata battaglia, di un folto gruppo di professionisti quali psicologi, sociologi, pedagogisti, pediatri e studiosi della memoria, intrapresa contro il “sistema di studio” italiano.

La struttura scolastica italica, da sempre, è stata sostenuta come esempio mondiale: la lingua italiana e le sue innumerevoli ramificazioni di lessico, di grammatica, di perfezione culturale non ha eguali a livello internazionale. Ma, pare sia necessario, oggi, modificare alcune regole, alcuni modelli contro i quali i nostri ragazzi urlano a gran voce.

La realtà quotidiana dei nostri figli è cadenzata da impegni con ritmi frenetici che comprendono non solo lo studio, come nei tempi passati, ma sport, amicizie, incontri sociali e interessi che molto spesso si sovrappongono e non coincidono con gli impegni scolastici da affrontare al ritorno a casa.

Sei ore a scuola, nel migliore dei casi, altrimenti sono sette, otto ore di post scuola continuativi dopo il suono della campanella, che rendono i ragazzi stressati e asociali. A questo punto il modello italiano viene sminuito da quello di paesi quali la Finlandia e la Danimarca, per citare un esempio, i quali, leader in campo educativo e nel benessere dei bambini, hanno abolito radicalmente i compiti a casa fino al raggiungimento della maggiore età.

Per non parlare dell’effetto domino che si ripercuote intorno alla sfera giovanile. Il frenetico moto della giornata lavorativa dei genitori impedisce, da una parte, di seguire i figli nei compiti al ritorno serale, dall’altra spinge ad “abbandonarli” dietro una scrivania spronandoli a trangugiare una mole di nozioni così numerose e diversificate tra loro, che il giorno seguente o magari il mese successivo saranno state con tutta probabilità dimenticate.

Lo sport passa in secondo piano, per alcune famiglie viene abbandonato totalmente, e crescono e raddoppiano i casi, spesso allarmanti, di precarietà salutare e psicofisica in genere: obesità, cifosi, disturbo dell’apprendimento, ansia da prestazione, e molti altri casi clinici ampiamente documentati nelle strutture ospedaliere.

Non meno importante è il rapporto genitore-figlio, privato completamente del significato originario. I compiti “rubano” del tempo che potrebbe essere usato per fare delle gite fuori porta, per stare insieme o più semplicemente per organizzare una vacanza senza tenere conto della quantità di lavori assegnati per il sabato e la domenica, giornate riservate alla famiglia e al tempo libero.

Il noto pedagogo e dirigente scolastico, fautore della campagna “basta compiti”, Maurizio Parodi, sabato 5 novembre ha presentato ad Arezzo una relazione circa “l’utilità dei compiti a casa”,spiegando come, dal suo punto di vista, questi siano uno strumento che non aiuta l’apprendimento, ma, al contrario, lo intralcia con conseguenze negative. Parodi ha lanciato così una petizione – che ha già raggiunto e oltrepassato quota ventimila firmatari – per un cambiamento della didattica, che metta al centro del sistema scolastico l’alunno e i suoi fabbisogni, ed esorti gli insegnanti a farsi promotori di nuove metodologie che favoriscano l’apprendimento del singolo ragazzo, non limitandosi a spiegare e assegnare compiti per casa, ma approfondendo insieme le materie e gli argomenti durante le ore scolastiche, per suscitare nell’alunno interesse e curiosità.

“I ragazzi con famiglie culturalmente attrezzate – spiega Parodi – possono affrontare l’impegno domestico con serenità, ma per chi non trova sostegno nelle figure parentali, e magari ne debba subire la latitanza, le difficoltà derivanti dallo svolgimento dei compiti assumono ben altra consistenza. La fatica che questi ragazzi impiegano nello svolgimento dei compiti è talvolta incomprensibile alle stesse famiglie, spesso frustrante e dolorosa. Gli studenti che non hanno particolari difficoltà e che svolgono regolarmente i compiti loro assegnati vengono premiati dalla scuola mentre quelli che hanno problemi personali o familiari – che non fanno i compiti, li sbagliano, li fanno male – indispongono i docenti che perciò li biasimano e redarguiscono. Eppure sono proprio questi i ragazzi che avrebbero più bisogno della scuola e che potrebbero trovare in questa un’opportunità di affermazione, affrancamento e promozione”.

Il sito creato da Michele Parodi è preso letteralmente d’assalto. Genitori, insegnanti, professori e medici cercano di trovare una risposta al “malanno” scolastico, sottovalutando molto spesso il problema e riducendo il caso solo alla pigrizia e all’assenza di “piccoli” compromessi a cui i nostri ragazzi non vogliono sottostare.

Quante volte abbiamo sentito: “di scuola non è mai morto nessuno, i compiti non hanno mai fatto male, bisogna essere consapevoli che la vita non è “tutto e subito”, sono richieste pazienza, riflessione, buone dosi di fatica, nonché capacità di resistere agli ostacoli. Ma i tempi sono cambiati, le generazioni sono cambiate, gli ideali, le aspettative, le mete fissate sono cambiate.

Il Dirigente scolastico Parodi afferma che il nostro Paese detiene il record europeo di abbandono scolastico soprattutto per gli alunni più deboli. Debolezza, intesa come assenza di una figura familiare o similare che aiuti il ragazzo a sostenere i compiti, a spiegare il concetto, a sostituirsi, come succede molto spesso, alla stessa figura dell’insegnante. L’alternativa quindi, senza troppi giri di parole è quella di insegnare ad imparare a scuola, in classe, e non a casa.

La sua campagna è ampiamente esposta e descritta sul sito change.org, nella quale spiega perché i compiti debbano essere aboliti:

◦sono inutili: le nozioni ingurgitate attraverso lo studio domestico per essere rigettate a comando (interrogazioni, verifiche…) hanno durata brevissima: non “insegnano”, non lasciano il “segno”; dopo pochi mesi restano solo labili tracce della faticosa applicazione;

◦sono dannosi: procurano disagi, sofferenze soprattutto agli studenti già in difficoltà, suscitando odio per la scuola e repulsione per la cultura, oltre alla certezza, per molti studenti “diversamente dotati”, della propria «naturale» inabilità allo studio;

◦sono discriminanti: avvantaggiano gli studenti avvantaggiati, quelli che hanno genitori premurosi e istruiti, e penalizzano chi vive in ambienti deprivati, aggravando, anziché “compensando”, l’ingiustizia già sofferta;

◦sono prevaricanti: ledono il “diritto al riposo e allo svago” (sancito dall’Articolo 24 della dichiarazione dei diritti dell’uomo) riconosciuto a tutti i lavoratori – e quello scolastico è un lavoro oneroso e spesso alienante: si danno anche nelle classi a tempo pieno, dopo 8 ore di scuola, persino nei week end e “per le vacanze”;

◦sono impropri: costringono i genitori a sostituire i docenti; senza averne le competenze professionali, nel compito più importante, quello di insegnare a imparare (spesso devono sostituire anche i figli, facendo loro i compiti a casa);
◦sono limitanti: lo svolgimento di fondamentali attività formative (che la scuola non offre: musica, sport…), oltre gli orari delle lezioni, che richiedono tempo, energie, impegno, esercizio, sono limitate o impedite dai compiti a casa;

◦sono stressanti: molta parte dei conflitti, dei litigi (le urla, i pianti, le punizioni…) che avvengono tra genitori e figli riguardano lo svolgimento, meglio il tardivo o il mancato svolgimento dei compiti; quando sarebbe invece essenziale disporre di tempo libero da trascorrere insieme, serenamente;

◦sono malsani: portare ogni giorno zaini pesantissimi, colmi di quadernoni e libri di testo, è nocivo per la salute, per l’integrità fisica soprattutto dei più piccoli, come dimostrato da numerose ricerche mediche.

Dalla Carta internazionale dei diritti dell’infanzia, art 31: “Gli Stati membri riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età…”

Tra i firmatari della petizione: Laboratorio Dislessia, Associazione DI.RE. – FA.RE, Movimento di Cooperazione Educativa – MCE, Coordinamento Genitori Democratici – CGD, Fondazione Montessori, Associazione GiocOvunquebAst Sit – Associazione Sindrome di Tourett , Relessica, Associazione Crescere, Centro Diaconale “La Noce” – Istituto Valdese, Apprendimento Nuova Definizione – HAND, Associazione Manes Giancarlo Cavinato – Segretario Nazionale del MCE, Gianluca Campana – Psicologo, Psicoterapeuta, Professore all’Università degli Studi di Padova, Giacomo Stella – Professore all’Università di Modena Reggio Emilia, Scrittore, Alessandro Dal Lago – Sociologo, Scrittore, Gianluigi Paragone – Giornalista e Conduttore di programmi Tv e Radio, Giovanna Giuffredi – Psicologa, Scrittrice e Giornalista, Alessandro Lumare – Autore di libri illustrati e Atelierista, Angela Nava Mambretti – Presidente del CGD, Marco Vinicio Masoni – Psicologo e Psicoterapeuta, Daniele Novara – Pedagogista e Scrittore, Francesco Tonucci – Ricercatore CNR, Scrittore, Vignettista (Frato), Paolo Ferri – Professore all’Università “Bocconi” di Milano, Elena Motti – Professore all’Università di Parma, Marco Isopi – Professore all’Università “La Sapienza”, di Roma, Cristina Zucchermaglio – Professore all’Università “La Sapienza” di Roma, Sigrid Loos – Pedagogista e Scrittrice.

Cosa succede all’estero

In Gran Bretagna esiste un progetto denominato “filosofia per bambini”: attraverso lo studio di questa materia, gli inglesi hanno riscontrato un apprendimento maggiore della matematica, della lettura e delle competenze linguistiche: I docenti hanno realizzato degli approfondimenti insieme agli alunni e lo Stato ha stanziato un milione di sterline per proseguire l’esperimento che ha portato i ragazzi a migliorare scolasticamente, a ragionare e a porsi interrogativi (in collaborazione con RAI Scuola).

Parliamo dell’America? Quando entri nella scuola ti accorgi subito delle grandi differenze con i nostri licei. Lezioni, sport, teatro, feste scolastiche, cheerleaders: in America la scuola è vissuta letteralmente a 360°. Il liceo americano è strutturato in modo diverso. La scuola dura 4 anni e gli studenti vanno a scuola dal lunedì al venerdì. Il numero di materie studiate è decisamente minore: in America lo studente “si concentra su” circa 6 materie ed ha moltissima libertà nella scelta. Le classi stesse sono strutturate in modo differente. Invece di essere divise in sezioni, gli studenti seguono singole lezioni in aule diverse, stile università! Questo significa non avere dei compagni di classe “fissi” e lo spirito di gruppo ne beneficia. Ma le lezioni sono solo una piccola parte. Il liceo in America non è solo un luogo di studio ma anche un luogo ricreativo e di svago per gli studenti. Lo sport è una parte fondamentale e gli atleti sono supportati e aiutati dal corpo insegnante in quanto considerati motivi d’orgoglio e di prestigio per il liceo. Gli sport non sono le uniche attività ricreative, infatti, l’istituto organizza numerosi eventi e feste durante l’anno.

Probabilmente non esiste un modello ideale a cui ispirarsi o fare riferimento per il nostro sistema scolastico. Forse andrebbe rivisto e migliorato l’ordinamento dell’istruzione e dell’insegnamento italiano provando a capire quali siano i pregi degli ordinamenti internazionali cercando di integrarli nel nostro sistema, così da rendere la scuola più vivibile per i nostri ragazzi.

Parliamo di società multietnica, multirazziale, affermiamo di essere un paese ormai perfettamente integrato con culture d’oltreoceano e favorevole allo scambio culturale tra popoli. Ma poi, all’atto pratico, rimaniamo ancorati a vecchi stereotipi per “paura” che le novità, o ciò che non si conosce, possano destabilizzare un metodo che persiste da generazioni.

Diceva Albert Einstein:
“La suprema arte dell’insegnante sta nel risvegliare la gioia nell’espressione creativa e nella conoscenza.”

R.L.

CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn