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Ha le sembianze di una tuta aderente, una maglia ed un pantalone, ma è ben più di un indumento. Lì dove quelli tradizionali svolgono la funzione di rallentare la perdita di calore, questo lo produce attivamente, regolando la temperatura perché in grado di ascoltare il nostro corpo. Dotata di sensori sulla sua superficie, modifica autonomamente la propria temperatura in base alle condizioni dell’ambiente esterno, grazie ad un algoritmo capace di imparare dalle nostre abitudini e di sviluppare calore mediante una batteria contenuta in un taschino.

Si chiama QOOWEAR, ed è un progetto tutto italiano che vuole cambiare la nostra idea di indumento invernale innovandolo con il digitale, miniaturizzato ed intelligente. Già partner del Institute For Entrepreneurship (IFE) dell’Università statunitense John Cabot, a Roma il progetto si prepara a lanciare la sua prima campagna di crowdfunding, intrattenendo continui rapporti con il pubblico attraverso le sue pagine social Facebook e Twitter.

Abbiamo avuto l’occasione di intervistare Simone Casciaro, Founder e CEO di QOOWEAR, grazie al quale scoprire come è nata l’idea e come è stata concretizzata nel tempo. Un percorso fatto di sfide, di passione e di pazienza che, aldilà del progetto stesso, non può che essere d’ispirazione per chiunque voglia trasformare in realtà un progetto personale.

QOOWEAR nasce da una necessità personale estesa poi ad un target di mercato. Come avete trasformato l’idea in piano di startup?

E’ una storia che parte dalla passione per la tecnologia e la scoperta. Sono nato e cresciuto in un contesto imprenditoriale industriale e sin da bambino sono stato circondato da macchinari e strumenti che avevano un solo scopo: creare. A 6 anni finì col recuperare attrezzi inutilizzati ed allestire un laboratorio in una stanzetta, dove smontavo tutto ciò che mi passasse sotto mano, dal televisore alla radio dell’auto. Dovevo scoprire quali segreti si celassero all’interno. Alla stessa età costruivo aeromodelli, mettendo nelle ali alcuni motori che avevo prima staccato dalle macchine telecomandate, nella speranza di farli volare. Credo che lo sviluppo di un profondo senso di curiosità sia stato il più importante lascito di mio padre ed è forse quel seme profondo che ti spinge a partire, a lasciare il porto sicuro, per lanciarti con entusiasmo in qualcosa che non sai dove ti porterà. QOOWEAR è nata così, intrecciando la necessità di eliminare definitivamente i disagi causati dal freddo, con la conoscenza dei processi tecnologici impiegabili e con l’opportunità di creare qualcosa che il mondo non ha mai visto prima. E’ venuta quindi naturale l’esigenza di far confluire questo intreccio in un piano ben strutturato, visto come veicolo necessario ad abbattere le percentuali di rischio ed, al contempo, assicurare un’ottima probabilità di successo nelle sfide globali.

Quali competenze avete e come avete reclutato il necessario per partire?

Ovviamente, per cogliere un’opportunità tanto ambiziosa, bisogna avere dalla propria parte le menti più brillanti che si riesca a trovare, riunendo un team eterogeno e che permetta di mantenere “in house” tutte le competenze richieste allo sviluppo del prodotto. Per riuscirci, ho quindi voluto guardare oltre i miei studi in Ingegneria Energetica ed ho avuto la fortuna di intercettare questi talenti fra gli amici storici, quei pilastri dell’infanzia con cui hai condiviso tante passioni e che, come te, sono mossi dalla voglia di scoprire, imparare e creare. Così sono saliti a bordo: Simone, Architetto e designer esperto di computer grafica; Domenico, Fisico con Laurea Magistrale in Astrofisica ed esperto di analisi dei dati; e Gian Marco, Ingegnere con Laurea Magistrale in Communication Engineering ed esperto di scrittura firmware, con vocazione per l’Internet of Things. Abbiamo messo nero su bianco l’obiettivo comune, con i diritti e doveri di ognuno, e ci siamo lanciati.

Quali sono state le difficoltà maggiori all’inizio?

Confutare ipotesi. Quando parti da un’idea, il primo obiettivo è non innamorarti per nessun motivo di quell’idea. Può essere bella e coinvolgente, ma devi rimanere lucido ed intraprendere un vero e proprio percorso scientifico di analisi, creazione di ipotesi e poi confutazione. Questo è ciò che abbiamo fatto noi sin dal primo giorno, andando a studiare i dati di NASA ed Unione Europea pur di convalidare alcune di queste ipotesi. Dopo si entra nel vivo della progettazione, individuando gli obiettivi di lungo termine e spacchettandoli in obiettivi più piccoli, più vicini e più raggiungibili; che abbiamo poi declinato in ogni attività: prototipazione, networking, design, marketing, funding planning, internazionalizzazione, tutela della proprietà intellettuale, partnership building, advisoring, mentoring.

In tal senso, abbiamo partecipato costantemente agli eventi più importanti che potessimo trovare fra Roma e Milano, andando a “pitchare” gli speaker che ritenevamo di maggior interesse per il nostro progetto. Tattica vincente, perché oggi abbiamo fra i nostri mentor Carlo Tursi, Country Manager Italia per UBER, che porta con sé una preparazione ingegneristica,un MBA conseguito presso il MIT ed una carriera internazionale; oppure Ashlin Burton Global Strategist statutinetense con due MBA ed esperta di internazionalizzazione delle tecnologie; ed altri altrettanto illustri.Ci abbiamo messo, sin dal primo giorno, il coraggio di osare e di pensare in grande e credo che questo ci continui ad essere d’aiuto nel superamento delle difficoltà quotidiane, che in una startup hardware sono ovviamente la regola e non l’eccezione.

Iniziare un percorso di startup cosa ha significato per voi personalmente, sia nella vita lavorativa sia in quella privata?

Intraprendere un cammino imprenditoriale a partire da una carriera professionale già avviata, significa prendere atto delle proprie competenze e sentire la spinta a proiettarle in un progetto che abbia un obiettivo ambizioso. Per noi, questo obiettivo è riuscire a migliorare la vita di milioni di persone.
All’interno di un Team si è quindi chiamati ad avere il coraggio di superare la paura di fallire, quella paura che in Italia blocca tanti giovani, ma che è indispensabile affrontare nel processo di crescita ed il cui superamento è intrinseco dei processi operativi di una startup. In una startup hai la fortuna di poter fare migliaia di errori e più stai sbagliando, più stai imparando. E’ un continuo processo evolutivo, una continua creazione, partendo dal nulla. Gestire questa mancanza di linee guida è apparentemente una delle maggiori sfide emotive di cui ci facciamo carico, ma è in realtà anche la migliore opportunità per creare un prodotto sfidante, nato al di fuori di schemi prestabiliti. E’ lì, che la vera innovazione risiede. Ed è da lì che il nostro lavoro ha inizio.

Avete partecipato a programmi di accelerazione o concorsi per valutare l’interesse del pubblico nei confronti della vostra idea?

Non abbiamo ancora partecipato a programmi di accelerazione e stiamo attivamente considerando questa possibilità. Riteniamo che possa essere un percorso strategicamente efficace nel breve periodo e, grazie all’intensa attività di networking che portiamo avanti da 10 mesi, abbiamo ormai preso contatti diretti con alcuni dei più importanti attori nel panorama europeo e statunitense, oltre chiaramente a quello italiano. Andremo quindi ad interagire con quei soggetti che abbiano un reale track-record di progetti hardware e che diano anche accesso ad un vasto network di alumni. Il fronte concorsi ha poi un ruolo altrettanto importante ed è un’area che stiamo esplorando e nella quale potremo fare il nostro ingresso entro pochi mesi. Great things to come!

Ringraziamo ancora una volta Simone per la sua disponibilità e soprattutto per l’apertura con cui ha raccontato il lato umano di questa avventura imprenditoriale. Non mancheremo di seguire le future evoluzioni del progetto e di documentarlo il prima possibile!

Valentino Megale

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