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Ginkgo Bioworks è una startup di Boston che si presenta con uno slogan tanto semplice quanto rivoluzionario: Biology by Design. Unire questi due campi è tutt’altro che scontato. Da un lato il design thinking che si basa sulla possibilità di operare a partire da un set di strumenti standard con cui realizzare nuovi prodotti, strettamente legati a necessità individuate sul mercato.

Dall’altra la biologia, fatta sì di esperimenti rigorosi, ma caratterizzata da un oggetto di studio, la materia vivente, estremamente dinamico e ancora difficilmente prevedibile a differenza di campi quali l’ingegneria. Eppure all’inizio di Giugno, la startup ha ricevuto un round C di ben 100 milioni di dollari per realizzare il suo obiettivo, che si aggiungono ai primi investimenti ottenuti 2 anni fa nell’acceleratore Y Combinator.

Automatizzare il laboratorio per liberare la creatività dei biologi

La soluzione per farlo Ginkgo Bioworks l’ha cercata, e sembra trovata, nella robotica. Il laboratorio biologico è stato interamente ripensato in chiave digitale. Nella sede dell’azienda, un’armata di robot è impegnata costantemente a ripetere le infinite combinazioni di metodi e passaggi finora in mano ai ricercatori umani.

Ricercatori che finalmente possono dedicarsi non solo alla manualità degli esperimenti ma soprattutto alla progettazione della ricerca, vissuta come attività davvero creativa e intellettuale. L’automazione del laboratorio,inoltre, permette non solo di risparmiare tempo ma anche di rendere ogni processo più preciso e riproducibile. Standard, la parola d’oro così agognata in biologia.

Grazie ai robot tra cui l’Echo 525, microorganismi quali batteri e lieviti vengono modificati geneticamente, aggiungendo o rimuovendo specifici geni dal loro DNA, in modo da programmarli a svolgere specifiche funzioni come il rilascio di prodotti chimici utili al mercato.

Modificare il loro genoma (o meglio editare) è un po’ come montare delle costruzioni Lego usando dei mattoncini di base (geni) per poi inserirli in macchine in cui questi possano funzionarecorrettamente (le cellule). In questo senso, l’abbassamento drastico dei costi per sintetizzare e modificare il DNA è stato uno dei presupposti che ha dato origine a Ginkgo Bioworks.

Per questo la startup di Boston ha stretto nel tempo importanti partnership con altre due aziende, Twist Bioscience e Gen9, che basano il proprio business sulla sintesi a basso costo di grandi quantità di DNA e geni, la materia prima per l’economia biotech paragonabile ai microchip e alla componentistica elettronica del settore informatico.

Ripensare il futuro in chiave biotech

L’azienda ha da poco aperto il suo nuovo laboratorio, Bioworks2. Uno spazio di 70 mila m2 che sarà dedicato a realizzare prodotti biologici per i settori dell’alimentazione e della farmacologia.

Come dichiarato da Jason Kelly, cofondatore di Ginkgo Bioworks – “Queste industrie non sono ancora disruptive come quella del software, perciò rappresentano una grande opportunità. Man mano che miglioreremo nel riprogettare la biologia, la useremo per fare di tutto, rivoluzionando settori a cui l’industria tecnologica non è stata ancora in grado di accedere.”

In questo momento, Ginkgo Bioworks si presenta come un’industria automatizzata di prodotti bioderivati. Tra questi,in collaborazione con la casa cosmetica francese Robertet sta sviluppando profumi rilasciati da lieviti modificati. Il profumo in questione è quello di rosa, costoso quando deve essere estratto tradizionalmente dai petali di rosa. Diventa invece tutto più facile quando i geni responsabili del profumo vengono inseriti in opportuni ceppi di lievito che da quel momento rilasciano costantemente il metabolita chimico alla base dell’aroma. Di fatti una microbioindustria su richiesta.

Valentino Megale

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